Cretto di Burri

Distrutta del terremoto che nel 1968 colpì la Valle del Belice, la città di Gibellina è stata ricostruita su un nuovo territorio, mentre i suoi ruderi sono stati oggetto di un intervento di land art ideato da Alberto Burri.

Il Grande Cretto Cretto di Burri è un memoriale che racchiude e custodisce al proprio interno, in termini fisici e metaforici, la traccia del passato e della vita della comunità sconvolta dal sisma.

L’opera, che sul piano formale riproduce la tipologia dei Cretti realizzati dall’artista negli anni Settanta, si estende in scala monumentale lungo il pendio della collina, sulle macerie della città.

Il Cretto di Burri si compone di ventidue cubi di cemento bianco che rievocano la struttura delle abitazioni sottostanti: un labirinto che può essere percorso camminando tra gli spazi che separano i blocchi e ricordano le antiche strade del paese.

I lavori del Cretto di Burri, avviati nel 1985 e interrotti nel 1989, coprirono circa 60 mila metri quadri a fronte degli 80 mila previsti; trent’anni dopo l’inizio della sua costruzione, nel maggio del 2015, è stata portata a termine l’opera così come voluta da Burri, scomparso nel febbraio del ‘95.

L’intento dell’opera era quello di costruire un’identità comune, tanto tra i residenti che degli italiani in generale, attraverso la realizzazione di un monumento dal valore culturale e sociale.

Con gli stessi ideali, nel maggio 2019, ha aperto il Museo del Grande Cretto di Gibellina, voluto dall’Amministrazione comunale guidata da Salvatore Sutera, ideato e curato dall’Assessore alla Cultura Tanino Bonifacio.

“Il Cretto è un luogo di narrazione e conoscenza dove c’era vita, oggi c’è conservazione di memoria: prima era tabernacolo di morte, oggi sacrario che genera vita” ha dichiarato Bonifacio ad Artribune.

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